«Che romanzo avrebbe potuto mettere insieme con questa storia!», ha scritto Mario Vargas Llosa della autobiografia del grande critico tedesco, forse il più influente e ascoltato, al suo apparire in Germania accompagnata da controversie e polemiche. E in effetti sono tante le svolte le crisi e le rinascite di una vita attraverso il Novecento, che la materia del romanzo, storia di un uomo e affresco corale di un'epoca contemporaneamente, ci sarebbe stata tutta: ebreo nato in Polonia in una antica città sulla Vistola e trasferitosi a nove anni a Berlino, in seguito al fallimento del padre, studente vide vincere il Nazismo, fu rinchiuso nel Ghetto di Varsavia e sopravvisse con la moglie a Treblinka, tornato in Polonia fu funzionario del partito comunista e lavorò come spia al servizio del governo, fuggì in Germania nel 1958 e qui divenne quello che è oggi: un signore delle lettere, con un diario di incontri da pari a pari, severo e incorruttibile nel giudizio, con tutti i grandi della letteratura mitteleuropea: Brecht, Canetti, i Mann, Frish, Böll, Günter Grass, per ricordarne alcuni. Ma in questa materia romanzesca, Reich-Ranicki si muove senza orrore e senza eccesso, senza autocommiserazione e senza vanità, come se scrivesse di un altro, come se seguisse peripezie il cui esito è sconosciuto al protagonista e quindi anche all'autore. E in questo guardare al fatto nella sua innocenza, in questo sobrio nascondere nel racconto la mano di chi scrive, sta la differenza con la mera biografia e il romanzo c'è tutto. Il romanzo di un uomo nato dalla sua civiltà di parole e subito rapito da due amori: i libri e il mondo germanico, al punto da accettare di entrambi a ciglio asciutto anche la sorprendente, nascosta, barbarie.
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La mia vita
«Che romanzo avrebbe potuto mettere insieme con questa storia!», ha scritto Mario Vargas Llosa della autobiografia del grande critico tedesco, forse il più influente e ascoltato, al suo apparire in Germania accompagnata da controversie e polemiche. E in effetti sono tante le svolte le crisi e le rinascite di una vita attraverso il Novecento, che la materia del romanzo, storia di un uomo e affresco corale di un'epoca contemporaneamente, ci sarebbe stata tutta: ebreo nato in Polonia in una antica città sulla Vistola e trasferitosi a nove anni a Berlino, in seguito al fallimento del padre, studente vide vincere il Nazismo, fu rinchiuso nel Ghetto di Varsavia e sopravvisse con la moglie a Treblinka, tornato in Polonia fu funzionario del partito comunista e lavorò come spia al servizio del governo, fuggì in Germania nel 1958 e qui divenne quello che è oggi: un signore delle lettere, con un diario di incontri da pari a pari, severo e incorruttibile nel giudizio, con tutti i grandi della letteratura mitteleuropea: Brecht, Canetti, i Mann, Frish, Böll, Günter Grass, per ricordarne alcuni. Ma in questa materia romanzesca, Reich-Ranicki si muove senza orrore e senza eccesso, senza autocommiserazione e senza vanità, come se scrivesse di un altro, come se seguisse peripezie il cui esito è sconosciuto al protagonista e quindi anche all'autore. E in questo guardare al fatto nella sua innocenza, in questo sobrio nascondere nel racconto la mano di chi scrive, sta la differenza con la mera biografia e il romanzo c'è tutto. Il romanzo di un uomo nato dalla sua civiltà di parole e subito rapito da due amori: i libri e il mondo germanico, al punto da accettare di entrambi a ciglio asciutto anche la sorprendente, nascosta, barbarie.
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